27 maggio 2013

Anche i partiti muoiono (rapidamente)



Dal Pasok greco ai Liberal democratici inglesi.
L'unione innaturale con partiti tra loro antagonisti e politiche di austerità: spesso dinamiche che tra loro si sommano e portano a una disfatta tanto veloce quanto inesorabile. E' il caso di laburisti irlandesi, liberaldemocratici del Regno Unito e tedeschi. Ma anche di Socrates in Portogallo e di Papandreou in Grecia


Il primo dato delle amministrative dice che l’affluenza segna un ulteriore calo, come già era avvenuto alle politiche del 24 e 25 febbraio scorsi, quando un quarto netto degli elettori è rimasto a casa. Dopo le politiche di febbraio, i partiti non hanno dato grandi prove di efficienza davanti a un Paese messo in ginocchio dalla crisi. Sono stati i tre mesi più pazzi della Repubblica, con la lunga paralisi seguita al voto, l’incapacità di eleggere un nuovo presidente della Repubblica, gli affanni e le risse quotidiane delle “larghe intese” tra Pd e Pdl, il non facile debutto dei Cinque stelle nel grande gioco della politica parlamentare. Si intravede una tendenza all’autodistruzione, che forse non tiene conto di un fatto: anche i partiti muoiono. Spesso per loro stessa mano. Come dimostrano diverse recenti vicende che hanno segnato la politica di molti nostri vicini europei. 
I motivi sono ovunque gli stessi: l’unione innaturale con partiti antagonisti e le politiche di austerità messe in atto. In alcuni casi le due dinamiche si sommano. E la disfatta arriva rapida e inesorabile. E’ il caso del Partito laburista irlandese. Socio di minoranza di un governo con Fine Gael (centrodestra), a causa delle manovre lacrime e sangue avallate in cambio dei 67,5 miliardi ricevuti da Unione europea e Fondo monetario internazionale, dal 19,6% conquistato nel 2011 è piombato al 4,6%, ha subito una diaspora di parlamentari e ora rischia di essere spazzato via alle elezioni del 2015: la voce della folla scesa in strada a Dublino il 13 aprile contro la nuova property tax a gridare “non ce la facciamo a pagare” all’indirizzo del leader del partito Eamon Gilmore era quella del suo popolo. Un’eco sinistra al caso del Pd che, dopo aver votato tutte le misure di spending review volute da Mario Monti, ora parla di crescita e sospende l’Imu, come se appena nominato premier Enrico Letta non fosse volato a Berlino a rendere omaggio ad Angela Merkel, che di quelle politiche è musa ispiratrice e vigile controllore.

In Germania i problemi sono del Freie demokratische partei, il partito liberaldemocratico alleato di governo della Cdu: se nel 2009 aveva conquistato il 14,6% dei voti (miglior risultato di sempre), oggi i sondaggi nazionali lo danno al 5%. E rischia non prendere neanche un seggio alle elezioni di settembre. Emblematica la serie di disfatte inanellate nelle elezioni locali che tra il maggio 2011 e il marzo 2012 lo portano a perdere tutti i seggi in 6 Lander e contro cui nulla può l’avvicendamento al vertice tra il ministro degli Esteri Guido Westerwelle e quello delle Finanze Philipp Rosler. I motivi del crollo? Sempre oscillante tra l’appiattirsi sulle posizioni della Cdu e il proporsi come alternativo, si è mostrato ondivago su temi come il salario minimo e la riforma del welfare e aveva anche promesso una riforma del fisco che non è mai arrivata.
Nel Regno Unito in crollo verticale sono i Liberal-democratici di Nick Clegg: dal 23% conquistato nel 2010, ora a livello nazionale galleggiano attorno all’8%, superati dallo United kingdom independent party al 19%, secondo un sondaggio pubblicato domenica dall’Indipendent. Un sorpasso certificato dalle urne: le amministrative del 2 maggio hanno relegato il partito al 4° posto con il 14%, scalzato proprio dall’Ukip che è volato al 23%. A corto di idee dopo anni di difficile coalizione coi conservatori, euroconvinti in un paese di euroscettici (Cameron ha annunciato un referendum sulla permanenza nell’Ue, l’Ukip ne predica l’uscita), i LibDem pagano il tenere in piedi il governo a furia di compromessi e il mancato rispetto di varie promesse, tra cui quella sul taglio delle tasse universitarie.
La storia recente dell’Ue è funestata da due suicidi politici di portata storica. Nel 2011 il premier del Portogallo Socrates, socialista, concorda con Bruxelles una manovra lacrime e sangue per risanare i conti pubblici, il 23 marzo il parlamento la boccia e Socrates è costretto alle dimissioni. Risultato, l’Ue interviene con 78 miliardi e l’economia va a picco: in 2 anni sono aumentati disoccupazione (dal 12.9% al 18.2%), deficit e debito pubblico, passato dal 106% al 123%; soltanto la crescita è calata, dal -1,6% al -2,3%. Ancor più tragiche le storie del Pasok e del popolo greco. Dopo aver negato per mesi la crisi e aver sancito il tracollo del Paese, il Movimento socialista panellenico è passato dal 43,9% del 2009 al 12,28% del 2012 e oggi governa ancora, in una coalizione formata con Nea dimokratia, di centrodestra.

In alcuni casi, rari e virtuosi, il suicidio di un partito può salvare un Paese. In Germania nel 2003 l’Spd di Gerhard Schroeder fece approvare l’Agenda 2010, una serie di riforme del mercato del lavoro e del welfare necessarie per uscire dalla stagnazione. L’Agenda impose duri sacrifici ai tedeschi che nel 2005 punirono l’Spd e aprirono la strada a due governi guidati dalla Cdu di Angela Merkel. Ma l’Agenda 2010, come certificato anche dalla Deutsche bank, salvò il Paese e pose le basi per il boom economico tedesco.

* da ilfattoquotidiano.it, 26 maggio 2013

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