30 aprile 2016

Energie pulite e coscienze sporche?



di Anna Molinari *

Si è fatto un gran parlare di referendum, trivelle, partecipazioni e astensionismi. Come in molte occasioni bastano pochi giorni perché un problema - che fa notizia, che per alcuni non è nemmeno un problema - venga soppiantato da altre discussioni, bagarre, dibattiti. Non mi sbilancerò sulle ragioni di quel voto, perché le hanno già sviscerate in molti e in maniera competente, completa, convincente. Un riferimento su tutti, questo… ops, mi sono appena sbilanciata.
Non mi lascerò andare a tirate moralistiche, chiamando in causa il futuro dei nostri figli (anzi, per il momento forse vostri, miei non ancora) e delle risorse energetiche che stiamo consumando, ingordi in anticipo sul futuro degli altri… ma ops, mi sono appena lasciata andare. Non ricorderò ancora una volta e ancora in questa sede gli impegni presi in sede di Cop21, gli investimenti messi in programma a favore delle energie rinnovabili, le promesse declinate al tempo del poi che rischiano di risolversi in parole e fumo… ma ops, l’ho appena ricordato.
Farò altro, e questa volta non saranno sarcastiche sviste. Tirerò un filo, pindarico per voli geografici, coerente per provvedimenti e temi. Perché se l’indifferenza corre veloce sui binari del disinteresse, ci sono scelte che vale la pena valorizzare e che si orientano invece controcorrente a favore di una coraggiosa (e redditizia) lungimiranza.

AUSTRALIA: dopo 10 anni di lavoro entra in funzione un progetto unico e innovativo, The Perth Wave Energy Project, una centrale che produce energia elettrica dal moto ondoso. Niente piattaforme a stuprare i fondali marini, ma un’eccezionale esperimento che alimenterà un’intera base navale (e che sarà acquistato per intero dal Dipartimento della Difesa). Forte di una tecnologia avanzatissima che permette di ricavare energia rinnovabile sfruttando le onde del mare, l’impianto sarà completamente sommerso e invisibile da riva e renderà possibile la produzione di energia elettrica grazie alla pressurizzazione dell’acqua che andrà ad azionare le turbine. Un impianto il cui sviluppo è potenziato anche in Svezia, dove la Seabased ha sperimentato all’inizio del 2016 un impianto sottomarino che permette l’estrazione di energia elettrica sfruttando la differenza di potenziale gravitazionale. Per chi, tornando al suolo italico, si beava dell’invalidità del referendum adducendo ragioni demagogiche come ad esempio la salvaguardia del posto di lavoro per gli operai delle piattaforme che godranno indefinitamente di concessioni estrattive, en passant ma non troppo occorre sottolineare che l’impianto svedese presuppone la creazione di 20 mila posti di lavoro entro il 2030 grazie allo sviluppo di tecnologie legate alla produzione di energie marine.

FRANCIA: la notizia è stata ripresa in Italia dai comitati referendari per il Sì, tra i quali ha riscosso il meritato plauso, ma non se n’è di certo parlato a sufficienza. Diamo il nostro contributo ripetendola ora. Dopo la Croazia, che lo scorso gennaio ha confermato l’intenzione a porre una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione di idrocarburi, gas e petroli in Adriatico, ora è il turno dei francesi. Oltralpe, la Ministra dell’Ambiente e dell’Energia ha fatto altrettanto, puntando il dito sugli esiti drammatici che potrebbero verificarsi in caso di incidente dovuto a operazioni di trivellazione e anzi richiedendo l’estensione della moratoria nel quadro della convenzione di Barcellona.

INDIA: giornate storiche in quest’inizio d’anno per la Repubblica, se per la prima volta il fotovoltaico risulta più economico del carbone. Un tweet del Ministro Piyush Goyal sancisce un passaggio memorabile per la quinta riserva di carbone più grande al mondo. L’energia solare non solo è sostenibile e rinnovabile, è anche più conveniente del fossile. E lo si afferma in una nazione che a livello mondiale occupa il quinto posto anche nella produzione di energia eolica.

Se non di spegnerla, permettetemi quindi di riportare in asse la polemica: le discussioni intono al quesito referendario dello scorso 17 aprile, pur legittime nell’interpretare i comportamenti di voto come un riconoscimento o un disconoscimento dei diritti e doveri dei cittadini, o come segnale di (s)fiducia nel Governo e nel suo operato, non possono scostarsi più di tanto - pena l’andare fuori tema - dal nocciolo del discorso: il Pianeta ha innegabilmente e improrogabilmente bisogno di investimenti sostenibili. Sono quegli investimenti globali, delle istituzioni e dei singoli, che permetteranno alle generazioni future di vivere, sopravvivere e consumare (speriamo meno e meglio di come stiamo facendo noi) e, perché no, anche di scegliere consapevolmente, in una domenica di sole, di esercitare con coscienza un proprio diritto in cabina elettorale.

* da www.unimondo.org         28 Aprile 2016      foto: Linkiesta.it

20 aprile 2016

Etiopia: perché una «economia emergente» chiede aiuti umanitari



di Marina Forti *


L’Etiopia sta affrontando la siccità più grave dell’ultimo mezzo secolo e all’inizio dell’anno ha lanciato un appello alle agenzie umanitarie internazionali: oltre 10 milioni di persone sono sull’orlo della fame. L’Etiopia però è anche uno dei «casi di successo» dell’economia mondiale, o almeno così viene descritta: l’economia è cresciuta in media del 10 per cento nell’ultimo decennio, Addis Abeba si popola di grattacieli, le imprese straniere fanno la coda per investire. Sembrano dati inconciliabili, ma stiamo parlando dello stesso paese.

L’Etiopia è il secondo paese africano per popolazione, 97 milioni di abitanti. In oltre un milione di chilometri quadrati di superficie comprende regioni molto diverse, più o meno densamente popolate, dagli altopiani fertili alle zone umide occidentali fino a regioni semi desertiche. Scatenata dal fenomeno meteorologico chiamato el Niño, la siccità ha colpito queste ultime, le regioni più fragili, quelle nord-orientali del paese, Tigray e Afar: zone già normalmente aride che vivono di agricoltura di sussistenza e allevamento itinerante.


Secondo le agenzie umanitarie la situazione è anche peggio che nel 1984, quando la carestia uccise oltre un milione di persone. Nel dicembre scorso l’Onu ha dichiarato che a causa del crollo dell’economia agro-pastorale, ormai 10,2 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. Il ciclo siccità-carestia è inesorabile. Un raccolto mancato costringe le famiglie a mangiare le riserve, e senza aiuti non riusciranno a seminare nella stagione successiva. Nel frattempo i pascoli sono disseccati e il bestiame va macellato o muore. Se poi anche il raccolto successivo fallisce, è la fame. Questa mappa dell’insicurezza alimentare, ripresa dal “sistema di allarme precoce” dell’Onu, mostra come l’impatto della siccità si sia esteso dall’estate scorsa. E le previsioni non sono affatto buone: secondo i bollettini delle agenzie umanitarie il peggio deve ancora arrivare. (La crisi del resto non è confinata all’Etiopia, avverte la Fao).


La meteorologia però è solo una delle cause. Le altre rimandano alla politica e l’economia, in particolare le politiche agricole, la disponibilità di sementi e fertilizzanti, gli sbocchi di mercato per chi coltiva, i prezzi delle derrate, la proprietà della terra, il mercato del lavoro. Il fatto è che l’Etiopia ci è stata descritta negli ultimi quindici anni come un paese che, uscito da un ciclo di guerre, ha imboccato la via dello sviluppo e ora registra una crescita economica tra le più veloci al mondo. In effetti il Prodotto interno lordo è cresciuto nell’ultimo decennio intorno al 10 per cento annuo.


Un paese che decolla: le immagini di una luccicante Addis Abeba sono là a confermarlo. E anche i faraonici (e contestati) progetti idroelettrici, dalle diga Gibe III in costruzione sul fiume Omo alla Gran Ethiopian Renaissance Dam, in costruzione sul Nilo Blu, che sarà il più grande impianto idroelettrico in Africa. Il governo etiopico ci ha investito 5 miliardi di dollari (con finanziamenti di banche cinesi). È ben per questo che il governo etiopico ha tardato a chiedere aiuto alle agenzie internazionali per far fronte alla siccità: per non contraddire la sua immagine di economia emergente dell’Africa, perché punta a entrare tra i paesi “a medio reddito”. In prima battuta dunque ha cercato di fare da sé. L’Etiopia produce normalmente oltre il 90 per cento del cibo che consuma, leggiamo su un dispaccio di Irin, agenzia di informazioni umanitarie: l’anno scorso il raccolto di cereali è stato intorno a 23 milioni di tonnellate, e l’import annuale circa 1,2 milioni di tonnellate (cioè il 5 per cento). Anche se il 2015 e il 2016 sono state annate cattive, il paese è in grado di nutrire i propri cittadini, o per lo meno la stragrande maggioranza.


Di fronte alla crisi dunque il governo di Addis Abeba ha avviato un programma detto Productive Safety Net, un sistema di lavori pubblici a infrastrutture rurali che permette di dare lavoro a circa 6 milioni di persone in cambio di piccoli salari e generi alimentari, anche grazie a un sistema di distribuzione pubblico delle riserve alimentari. Per la distribuzione di aiuti alimentari il governo ha stanziato 190 milioni di dollari, e per trasportare le derrate ha accelerato l’apertura della nuova ferrovia tra Gibuti e Addis Abeba, costruita dai cinesi. Una capacità di risposta simile non esisteva nel 1984, va riconosciuto. Questo però non ha impedito che la siccità si trasformasse in un disastro, fino a costringere il governo a lanciare l’appello all’Onu. Il fatto è che le circostanze estreme hanno acutizzato e reso visibili disparità interne sempre più forti. L’Etiopia sarà anche in crescita tumultuosa, ma resta un paese di grande povertà (qui la scheda della Banca Mondiale). Nella capitale spuntano nuove zone residenziali, ma l’80 percento della popolazione vive di un’agricoltura che dipende dalle piogge. Il Pil cresce ma il paese resta dipendente da aiuti stranieri, che negli ultimi anni sono arrivati a coprire tra il 50 e il 60 per cento del bilancio nazionale. I grandi progetti di dighe sono contestati (a proposito: in tutti questi progetti sono coinvolte imprese italiane) e le zone coinvolte restano off limits per giornalisti e attivisti sociali: gli attivisti di Re:Common l’hanno constatato di persona. Un aggressivo piano di investimenti agroindustriali ha suscitato conflitti per la terra, per la verità soffocati da un governo autoritario (l’ultimo caso è di quest’inverno).


Così, dietro le immagini luccicanti restano fame, violenza, povertà.


* da  www.terraterraonline.org   -  foto © Eva-Lotta Jansson / Oxfam America  - 19 aprile 2016


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