10 dicembre 2017

Giganti del futuro e nani del presente



Dal 2018 il piú ricco fondo del mondo e il principale azionista singolo sui mercati internazionali, il fondo sovrano norvegese, disinveste una somma tra i 35 e i 37 miliardi di dollari da titoli di aziende attive nell’estrazione e vendita di petrolio e di gas. E pensare che la Norvegia è l’unico Stato al mondo che, con il petrolio, si è arricchito in maniera democratica ed equa quasi per tutti. Ora i norvegesi anticipano tutti con una scelta storica, che dovrebbe far almeno riflettere tutti gli altri investitori pubblici e privati, a cominciare dalla Banca della Ue, prigioniera del passato e dell’asservimento al business dei soliti e noti distruttori del pianeta. Un segnale dirompente al mercato arriva invece dal fondo norvegese, un gigante non solo per la taglia ma soprattutto per la lungimiranza e l’esempio di democrazia e promozione dell’interesse pubblico che dà al mondo intero. Gratulerer (complimenti)!

di Antonio Tricarico *

Il Fondo Sovrano Norvegese, il più grande al mondo dal momento che gestisce asset per più di mille miliardi di dollari, ha pubblicamente espresso il suo desiderio di uscire dagli investimenti nei combustibili fossili nel 2018. Sulla carta potrebbe quindi spostare a breve via dal settore ben 40 miliardi di investimenti (vedi qui la news di Bloomberg).

Alla base dell’impegno vi è senza dubbio la sensibilità ambientale e l’urgenza di frenare i cambiamenti climatici, ma soprattutto il desiderio di emancipare finalmente la ricchezza della Norvegia – un Paese con soli 4 milioni di abitanti, pari a quelli di Roma e dintorni per capirsi – dall’economia del petrolio e dalle sue pericolose fluttuazioni.

La ricchezza accumulata dal Fondo nasce infatti dall’utilizzo trasparente e fruttuoso delle risorse petrolifere del Mare del Nord nei decenni passati, nonché dai contributi pagati per le pensioni dai lavoratori norvegesi. La Norvegia è l’unico Stato al mondo che con il petrolio si è arricchito in maniera democratica ed equa all’incirca per tutti. Nel 2016, il Fondo, che è pubblico e sotto il controllo del Parlamento, aveva già deciso di uscire dal carbone per motivi ambientali. Oggi è consapevole che in prospettiva, con gli investimenti nell’esplorazione di petrolio e gas che non si fermano, il prezzo del petrolio rimarrà basso o potrebbe addirittura scendere ulteriormente. Una situazione che mette a rischio la solidità e la redditività delle imprese del settore, che tardano a prendere la strada di una vera transizione energetica e della decarbonizzazione. Motivo per cui i norvegesi anticipano tutti e progettano di smettere di investire in Shell, Exxon, Eni e compagnia cantante. Una scelta storica, che dovrebbe far riflettere, se non inspirare a fare altrettanto, tutti gli altri investitori pubblici o privati che siano. Un segnale dirompente al mercato, per chi lo vuole intendere, purtroppo al momento ancora pochi.

In Europa, di contro, i soliti noti delle lobby petrolifere e dei loro replicanti nelle istituzioni si affaticano a veicolare ancora più risorse pubbliche nell’economia del petrolio e del gas. Recentemente è stato rivelato come la Commissione europea abbia pesantemente pressato la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) per rompere gli indugi e finanziare il cosiddetto Corridoio Sud del Gas (noto anche con gli acronimi TAP e TANAP), che porterebbe il gas dall’Azerbaigian al Salento in Italia. Al proposito Re:Common è in grado di produrre la lettera inviata dalla Commissione al seguente link.

Come ormai sappiamo bene, l’opera è controversa e criticata dalle comunità locali e da tante organizzazioni a livello europeo. La Bei vorrebbe concedere prestiti per 3 miliardi di euro, una follia poiché nessuna singola opera ha mai ricevuto così tanti prestiti pubblici dalla Banca dell’UE. Poco importa che il mega gasdotto vincolerà per decenni l’Europa al consumo di gas. E a chi protesta anche con ricorsi contro presunte violazioni del consorzio costruttore in Italia, la Banca risponde di rivolgersi alle imprese e non al suo meccanismo interno per i ricorsi, ed anzi aggiunge che è meglio che chi denuncia accetti che la propria identità sia resa pubblica (qui la lettera di risposta della Bei). Un invito sgradevole, vista la militarizzazione in corso nel Salento per permettere ai lavori di andare avanti, anche se a fatica.

Il fondo norvegese è un gigante non solo per la sua taglia, bensì soprattutto per la lungimiranza e l’esempio di democrazia e promozione dell’interesse pubblico che dà al mondo intero. Da noi la Banca dell’Unione Europea sembra preferire gli interessi dei soliti noti e il sostegno a un business sempre più legato al passato che al futuro. La Banca dell’Unione Europea e molti dei suoi governi azionisti, tra cui quello italiano in prima fila, appaiono dei nani determinati a buttare al vento 3 miliardi di soldi pubblici pur di non ammettere che è venuta l’ora di cambiare e dire no a chi vuole continuare a distruggere il pianeta solo per i suoi interessi di bottega.

Ironia della sorte, la Bei dovrebbe decidere sul finanziamento della mega opera proprio il prossimo 13 dicembre, il giorno dopo il summit sulla finanza per il clima convocato a Parigi dal Presidente francese Emmanuel Macron. In quel contesto, le stesse banche pubbliche e governi europei potrebbero prendere alcuni impegni a parole per ridurre il sostegno ai combustibili fossili per far fronte all’esigenza climatici. Parole da nani (politici), appunto, se poi i fatti dicono altro.

 * da  www.comune-info.net , 1 dicembre 2017   ( fonte  Recommon )

6 dicembre 2017

Elezioni: dopo il voto nulla sarà come prima


di Massimo Marino

Ad un anno esatto dal referendum costituzionale che, con il  successo del NO, ha bloccato il tentativo di rottamazione di parti vitali della Costituzione (e indirettamente l’Italicum) e a 24 ore dall’assemblea romana di ieri in cui sarebbe nato qualcosa di nuovo a sinistra è difficile trovare o sostenere commenti entusiasti e neppure auspici di un futuro radioso. I commenti sono perlopiù desolanti e alcuni, quando espressi con sincerità, desolati. Ma resta da comprendere perché siamo a questo punto e perché la strada del cambiamento in quest’area, ma anche per chi dà un qualche credito e qualche chance al M5Stelle, si è fatta nell’ultimo anno ancora più stretta.

Lorenza Carlassare (costituzionalista per il NO, di Libertà e Giustizia): "Il 4 dicembre abbiamo ottenuto una vittoria schiacciante. Ma ha prodotto un effetto molto modesto sul sistema politico. Naturalmente abbiamo evitato guai peggiori, eppure dietro quei tantissimi “No” al referendum costituzionale c’erano delle richieste che sono andate deluse. Non c’è stato il cambiamento che era lecito sperare. Se devo cercare le ragioni di questa delusione non posso che partire dal ruolo di Renzi ".

Antonio Floridia (Ricercatore su Sistemi elettorali e Partecipazione ): “A un anno dal referendum che ha affossato anche la legge elettorale, l’Italicum, che della riforma costituzionale renziana era il naturale complemento, ci ritroviamo con un nuovo sistema elettorale, di cui si è detto e si dovrà continuare a dire tutto il male possibile. Tutto inutile, dunque? La vittoria del “No” non ha lasciato alcun segno? .. Lungi dall’essere una sciagura, il ritorno a un sistema limpidamente proporzionale – con una soglia di sbarramento non aggirabile al 4 o al 5 per cento – potrebbe rappresentare il solo terreno su cui almeno provare a invertire un radicale processo di delegittimazione delle istituzioni democratiche “

Aldo Giannuli (storico, ricercatore e blogger): “ Cosa sta succedendo sul palcoscenico della politica italiana? Niente. Per carità, non manca il trambusto ed anzi ce ne è troppo: frenetici cambi di casacca, nuovi-vecchi partiti che si riciclano, promesse elettorali a spam, colpi di scena e frettolosi abbandoni della barca che affonda, ma nulla che abbia un senso o qualche valore politico...”

Loris Caruso (Ricercatore all’Università di Milano e Torino su Il Manifesto):” Lo spettacolo di sé che la sinistra italiana sta dando in questi mesi impone una riflessione.. Da dieci anni la sinistra italiana non fa altro che provare a ricostruirsi sul terreno elettorale. Senza riuscirci. Anzi, andando incontro ad avvitamenti sempre più paradossali. Dalle forze che hanno governato con Prodi non è mai potuto nascere un nuovo progetto politico...”

Guido Viale (ecologista, economista, su Pangea):” per me il concetto di ‘sinistra’ non si può più riabilitare. Molto semplicemente, non ha più alcun senso. La stessa sterile battaglia che si fa per capire quanto a sinistra o a centro-sinistra, con il trattino o senza, sia un partito o l’altro, denota il vuoto totale dei temi sui quali ci si dovrebbe confrontare. Io ho partecipato come promotore a tre esperimenti falliti: ‘Alba’, ‘Cambiare si può’ e ‘L’altra Europa con Tsipras’. In tutti e tre i tentativi, dove, nonostante le ripetute insistenze, non c’era la parola ‘sinistra’, si è cercato di misurarsi su cose da fare .. vedo che la battaglia, tra D’Alema, Bersani, Civati, è ancora sul misurare il grado di ‘sinistra’ che ciascuno ha nel sangue.”
                                                              *
Proviamo però ad approfondire un po’ andando oltre un condivisibile pessimismo.

Il referendum del 4 dicembre scorso (è bene ricordare, non promosso da alcuno ma di fatto reso obbligatorio dalle regole costituzionali) ha prodotto un inaspettato sussulto emerso dal profondo del paese che, come nel 2011, ha visto la importante fusione  di aspettative, richieste e proteste di quella parte probabilmente maggioritaria dellla società italiana che normalmente nessuno (movimento, partito o coalizione, neppure i 5stelle)  è in grado neanche lontanamente di rappresentare stabilmente: la difesa della Costituzione, il rigetto del renzismo, il rifiuto della precarietà sociale proposta come modello normale per il paese, per un momento uniti in un unica espressione di voto.

I sostenitori organizzati del NO in realtà provenivano in gran parte da una serie numerosa e prolungata di clamorose sconfitte e trasformismi, che ne avevano ripetutamente mostrato l’inadeguatezza per proporre un percorso credibile di cambiamento. Malgrado che  il vecchio sistema dei partiti andasse lentamente a pezzi fra subordinazione ai potenti, corruzione e clientelismo era fallita fra ambiguità e divisioni la cosiddetta primavera dei 12 referendum, compreso quello delle Regioni contro le trivelle.

Tutta la problematica ambientale era stata già  da anni archiviata senza rilevanti movimenti di opposizione in grado di vincere ( su inceneritori, tav, declino delle rinnovabili negli ultimi tre anni, inversione di tendenza delle emissioni, in aumento, malgrado COP 21, ripresa del mercato dell’auto invece della espansione della mobilità collettiva svuotata di risorse, preoccupante stallo del recupero e riciclo dei materiali in moltissimi comuni.. ). Fallimenti ripetuti , dopo anni di annunci, dei progetti di  far nascere dal basso una nuova ipotesi di alternativa radicale unita e larga, sia a sinistra sia nel campo ecologista. Una telenovelas per il momento chiusa con il solito cartello elettorale di MDP, Sinistra Italiana e Possibile nato ieri a Roma.
Un aggregato dell’ultima ora che ha scavalcato, lasciato fuori, o perduto non solo un bel numero di vecchi concorrenti ( da Pisapia a De Magistris per indicare gli estremi ),  ma soprattutto gran parte di quelli che potevano essere nuovi e un po’ più interessanti protagonisti. Che è unito in una analisi banalmente ostile a riguardo del M5Stelle invece di cercarlo come possibile compagno di strada.

Non è nato quindi al momento nessun partito nuovo, neanche una confederazione di soggetti diversi. Il programma verrà steso nelle prossime settimane (e ci sarà da ridere...). Il nome sembra essere quello annunciato da Grasso,  fino ad un mese fa esponente ed iscritto del PD. Quanto staranno insieme quei possibili 30 eletti dal giorno dopo il voto ? E per fare cosa, con chi? Non prendiamoli troppo sul serio. Nessuno si è sciolto in niente e il giorno dopo il voto si vedrà..

Certo si può fare anche peggio: la pazzia napoletana di presentare ancora un’altra lista o almeno darne l’illusione, come al solito fuori tempo massimo e quando l’ennesima occasione di aggregazione sostenibile è stata persa. La sinistra italiana è follemente innamorata (sempre non ricambiata) delle elezioni e non concepisce l’idea che si possano costruire progetti e grandi aggregazioni lontano dal voto, costruite in un giusto equilibrio fra la base militante, l’attenzione alla cultura politica richiesta, la necessaria espressione di una leadership e soprattutto l’aderenza ai bisogni sociali e ambientali della parte meno garantita del paese.

Il Rosatellum è l’ennesimo tentativo di impedire l’espressione di un sistema proporzionale con una adeguata soglia per rappresentare al meglio il voto espresso dagli elettori (il 3% di oggi è troppo basso, facilita il proliferare di liste costruite per l’occasione e disincentiva la spinta a costruire fusioni vere e stabili di forze simili e la nascita di partiti seri e duraturi). Le liste finte sono già state preannunciate dalla nascita negli ultimi mesi di 5-6 gruppi parlamentari nuovi i quali avranno titolo a presentare le liste senza raccolta di firme né per la Camera né per il Senato. I collegi uninominali con la possibilità di coalizioni (che il giorno dopo il voto possono dissolversi in un baleno) sono un vero e proprio imbroglio per l’elettore, che vota il rappresentante di una coalizione nel suo collegio senza sapere che un minuto dopo la chiusura dei seggi quella coalizione di fatto potrebbe non avere più alcuna consistenza.

Il meccanismo è stato costruito con precisione in funzione anti M5S ma è comunque molto efficace per la raccolta clientelare dei voti e per favorire i vari tipi di fenomeni corruttivi in ambito locale. Singolare che si sia posta invece l’attenzione prevalente sul problema delle preferenze e delle cosiddette liste bloccate. Questione irrilevante e per giunta discutibile. Quale differenza fa votare il nome scelto dal partito o sceglierlo fra i tre o quattro presentati dallo stesso partito ?

L’enigma tripolare
In un sistema momentaneamente tripolare basato su un apparente equilibrio di forze, con in aggiunta la inconsapevole quinta colonna dell’astensionismo garante della stabilità del sistema attuale, non ci sono soluzioni possibili se non si trovano antidoti alla frammentazione sociale che non dà a nessuno un vero mandato per una profonda riforma ( bella o brutta che sia) della società italiana.
Le elezione del prossimo marzo chiudono un epoca storica di 25 anni.
Dopo il voto nulla sarà più, per necessità, come prima.

Che si passi per una nuova coalizione fra centro-destra e centrosinistra (con le probabili perdite di pezzi al loro interno) o che si assista al problematico tentativo di formare un governo da parte del M5Stelle, è molto alta la probabilità di tornare al voto in tempi brevi e riaprire quindi il tema delle regole elettorali ( se non lo farà la Consulta). 

 E’ mia opinione che un sistema tripolare tende rapidamente ad essere sostituito da uno sgradevolissimo bipolarismo imposto (del resto in crisi in tutto il mondo). In questo caso la volontà degli elettori di fatto evapora.
Oppure  - più difficilmente - il bipolarismo può essere superato da un  equilibrato e  più auspicabile pluralismo  in cui l’idea di società futura che si propone  ed il rapporto con i vari settori sociali del paese, possano ritornare al centro del confronto politico detto democratico.

Torino , 4 dicembre 2017

3 dicembre 2017

L’anomalia della sinistra italiana, tra scissioni e remix



Verso le elezioni e oltre. Dalle forze che hanno governato con Prodi non è mai potuto nascere un nuovo progetto politico. Diversamente è andata a France Insoumise, Podemos, Jeremy Corbyn e Bernie Sanders che hanno in comune il fatto di non avere mai governato.



Com’è possibile che la sinistra italiana, un tempo la più grande e ispiratrice sinistra d’Europa, sia diventata la più ininfluente del continente? Come mai è proprio l’Italia il paese europeo in cui progetti nuovi e coinvolgenti non riescono a nascere?
Lo spettacolo di sé che la sinistra italiana sta dando in questi mesi, ma più in generale negli ultimi dieci anni, impone una riflessione, comunque si sia schierati in vista delle prossime elezioni politiche. Gramsci era convinto che la riduzione della politica al terreno elettorale fosse la prima spia di una sua crisi organica. Da dieci anni la sinistra italiana non fa altro che provare a ricostruirsi sul terreno elettorale. Senza riuscirci. Anzi, andando incontro ad avvitamenti sempre più paradossali.
Perché? Si possono fare delle ipotesi, che andranno però approfondite.

La prima è che ad essere determinante sia il fatto che la sinistra italiana, tra le sinistre ‘radicali’ europee, è l’unica che ha governato. Quando ha vinto le elezioni Tsipras non aveva mai governato, così come Podemos e Corbyn nel momento in cui si sono affermati. Anche la destra, quando governa, delude i suoi elettori. Ma solleva molte meno aspettative. Il voto alla destra è quasi sempre un voto di conferma dell’ordine sociale e dell’egemonia esistenti (che sono cose diverse e più vaste dalle politiche vigenti in una certa fase storica). La sinistra si afferma attraverso la contro-egemonia e il conflitto promettendo cambiamenti profondi e visibili. Deve fare sempre un lavoro più difficile, e non può deludere le aspettative. Quando le delude, la disillusione dei suoi elettori è quasi definitiva.
È per questa ragione che dalle forze che hanno governato con Prodi non è mai potuto nascere un nuovo progetto politico. La crisi non superata della sinistra italiana comincia lì. A ciò va aggiunto che quando la sinistra radicale ha contato, ha fatto troppo poco per non essere percepita come una “casta di sinistra”. Non si è smarcata abbastanza dall’immagine del ceto politico privilegiato e supponentemente sconnesso dalla realtà.


Il secondo problema può riguardare un ciclo più lungo. Tutte le forze attualmente collocate alla sinistra del Pd sono figlie della storia del Pci: sono scissioni dal partito erede del Pci e scissioni di queste scissioni. Può essere che quel ciclo politico sia semplicemente finito? Che sia troppo lontano nel tempo per comunicare agli elettori qualcosa che riguarda il presente?
Quella storia è finita ma è ancora viva e pesa, questo è il paradosso: quella eredità ha lasciato alla sinistra italiana l’istinto di doversi continuamente accreditare come forza affidabile, iper-istituzionale, non pericolosa per le élite. Per questo è stata completamente impossibilitata a interpretare le fratture centrali della politica contemporanea, quelle tra basso e alto, esclusi e inclusi, insider e outsider del sistema politico.
Quali sono, invece, le condizioni che in altri contesti europei ed extra-europei hanno favorito l’emergere di nuovi progetti e nuovi leader come France Insoumise, Podemos, Corbyn, Sanders? Prima di tutto, come detto, il fatto di non aver governato. Secondo, il fatto di aver avviato qualcosa di nuovo e di non aver ‘remixato’ i partiti esistenti.
Ci sono poi fondamentali condizioni di contesto che favoriscono l’emergere di nuove forze: il fatto che un paese sia colpito contemporaneamente da un crisi politica e una crisi economico-sociale, che delegittimano le élite esistenti; la consequenziale presenza di una forte mobilitazione collettiva che costruisca nuove identità collettive; la forte presenza mediatica di un leader o di un gruppo; l’essere outsider del sistema politico esistente, o il fatto di poter giocare da dentro il ruolo dell’outsider (Sanders, Corbyn); la possibilità di attingere a una rete estesa di attivismo e militanza, soprattutto giovanile, portatrice di nuove pratiche e identità.

In tutti i contesti in cui si sono sviluppati nuovi progetti politici erano presenti almeno tre di queste condizioni. In Italia è per ora presente solo un’estesa rete di militanza. Il problema è quindi soprattutto quello di costruire alcune delle condizioni mancanti, quelle su cui si può agire (la mobilitazione collettiva e la visibilità mediatica di nuove figure), in direzione di quello che sarà il momento decisivo della politica italiana. Questo momento non saranno le elezioni, ma il dopo-elezioni.
Dalle elezioni politiche emergerà con ogni probabilità una situazione di caos, di crisi strutturale del sistema politico e di molti dei suoi attori. Ciò che si fa ora deve essere funzionale a poter agire in quel contesto, lavorando sulle condizioni per ora mancanti all’invenzione di un nuovo progetto: quindi guardando per una volta avanti, strategicamente, con la mente rivolta alla futura probabile crisi, alle europee del 2019 e a possibili nuove elezioni politiche.

* da il manifesto 2 dicembre 2017