16 ottobre 2017

Cattiva qualità dell’aria nelle città europee. E in Italia è peggio

Con una buona qualità dell’aria notevoli miglioramenti per la salute


Le concentrazioni di PM2.5 sono responsabili di 428 000 morti premature in 41 Paesi europei, 59.630 in Italia
 Il nuovo ‘Air quality in Europe  2017 report  dell’European environment agency (Eea), un’analisi aggiornata della qualità dell’aria e dei suoi effetti, sulla base di dati ufficiali desunti da oltre 2 500 stazioni di monitoraggio in tutta Europa nel 2015, evidenzia che «La maggior parte delle persone che vive nelle città europee è esposta a una scarsa qualità dell’aria». Le stime più recenti dell’Eea  rivelano che «Il particolato fine  continua a essere la causa della morte prematura di più di 400 000 europei all’anno. In Europa i maggiori responsabili delle emissioni di inquinanti atmosferici sono: il trasporto su strada, l’agricoltura, le centrali elettriche, l’industria e i nuclei domestici».

Il rapporto di quest’anno dedica un focus tematico all’agricoltura, che rapprenta un’importante sorgente emissiva di inquinanti atmosferici e di gas a effetto serra. Nel rapporto si evidenzia che, malgrado vi sia un’ampia gamma di azioni disponibili per la riduzione delle emissioni provenienti dall’agricoltura, tra cui figurano misure tecnicamente ed economicamente valide, queste non sono ancora state adottate secondo la portata e l’intensità necessarie.

Commentando il rapporto, direttore esecutivo dell’Eea, Hans Bruyninckx,  ha sottolineato che «In quanto società, non dovremmo accettare il costo dell’inquinamento atmosferico. Grazie a decisioni coraggiose e investimenti intelligenti in trasporti, energia e agricoltura più puliti, possiamo fronteggiare l’inquinamento e, contemporaneamente, migliorare la nostra qualità della vita. È incoraggiante rilevare che molte pubbliche amministrazioni europee, e in particolare le città, mostrano di svolgere un ruolo guida nella protezione della salute delle persone mediante il miglioramento della qualità dell’aria. L’aria pulita è un patrimonio della collettività, incluse le persone residenti nelle città».

Il rapporto  che è stato presentata durante l’European Week of Regions and Cities evidenzia che «La qualità dell’aria in Europa sta lentamente migliorando, grazie alle politiche passate e presenti, nonché in virtù degli sviluppi tecnologici. Ciononostante, le elevate concentrazioni di inquinanti atmosferici hanno ancora forti ripercussioni sulla salute degli europei. In dettaglio, a provocare i danni maggiori sono: particolato atmosferico (PM), biossido di azoto (NO2) e ozono troposferico (O2)».

Nel rapporto, gli effetti sulla salute stimati sono quelli attribuibili all’esposizione a PM2,5, NO2 e O3 in Europa nel 2014. Stime si basano su informazioni riguardanti l’inquinamento atmosferico, i dati demografici e la relazione tra esposizione alle concentrazioni di inquinanti ed effetti specifici sulla salute.

LìEea spiega che «Con l’espressione “morti premature” si fa riferimento ai decessi che avvengono prima che l’individuo raggiunga l’età attesa. Quest’ultima corrisponde generalmente alla speranza di vita per una determinata nazione e per un certo genere. Le morti premature sono considerate evitabili se la loro causa può essere rimossa».

Ecco nel dettaglio i principali risultati del rapporto:

Particolato atmosferico: nel 2015 il 7% della popolazione urbana dell’Ue-28 è stata esposta a livelli di PM2,5 superiori al valore limite annuale stabilito dall’Ue. L’82% circa è stato esposto a livelli che hanno oltrepassato le più rigide linee guida dell’Oms. In base alle stime, nel 2014 l’esposizione al PM2,5 ha determinato la morte prematura di 428 000 persone in 41 Paesi europei.

Biossido di azoto: nel 2015 il 9 % della popolazione dell’UE-28 è stata esposta a livelli di NO2 superiori al valore limite annuale definito dall’UE e alle linee guida dell’Oms. Secondo le stime, nel 2014 l’esposizione al NO2 ha causato la morte prematura di 78 000 persone in 41 Paesi europei.

Ozono troposferico: nel 2015 il 30 % della popolazione urbana dell’Ue-28 è stata esposta a livelli di O3 superiori al valore obiettivo definito dall’Ue. Circa il 95% è stato esposto a livelli che hanno oltrepassato le più rigide linee guida dell’Oms. In base alle stime, nel 2014 l’esposizione all’O2 è stata causa della morte prematura di 14 400 persone in 41 paesi europei.

La scarsa qualità dell’aria ha, inoltre, considerevoli ripercussioni a livello economico con l’incremento delle spese mediche, riduzione della produttività dei lavoratori, nma anche col danneggiamento di suolo, colture, foreste, laghi e fiumi .....

da greenreport.it ,  12 ottobre 2017


8 ottobre 2017

Legge elettorale: L’antivirus si chiama proporzionale



L’Italicum, il Consultellum Camera, il Rosatellum nella versione originaria e nelle modifiche di cui si parla, sono in vario modo la medicina che uccide il malato


di  Massimo Villone *

Per capire meglio la colluttazione in atto nella Commissione affari costituzionali della Camera in tema di soglie di sbarramento e coalizioni bisogna tornare ai fondamentali. Proporzionale o maggioritario? Alcuni – tra cui io – insistono sul ritorno al proporzionale.


Passatisti ultras? Niente affatto. Il maggioritario in qualunque forma – uninominale di collegio o proporzionale con premio di maggioranza – funziona su un principio di base: sovra-rappresentare i soggetti politici vincenti, sotto-rappresentare i perdenti. È proprio in questo l’incentivo alla cosiddetta governabilità: ai primi più seggi rispetto ai voti, ai secondi meno seggi. Basta guardare al Parlamento eletto con il Porcellum.

Il punto è che il maggioritario trova condizioni ideali di funzionamento – si fa per dire – se esistono due maggiori partiti e poco altro. In un contesto effettivamente bipolare è probabile che i due partiti siano quasi equivalenti nei voti, e che basti un piccolo margine di vantaggio dato dal sistema elettorale per costruire una maggioranza parlamentare, senza distruggere la rappresentatività dell’assemblea. 


Il contrario accade in un sistema multipolare. Ad esempio, con tre partiti intorno al 30%, i – relativamente pochi -voti devono tradursi comunque in una maggioranza di seggi. Questo può accadere solo con una forte distorsione della rappresentatività. È il modello dei mega-premi di maggioranza che ha ispirato il Porcellum prima, l’Italicum poi, e ora anche il Consultellum Camera.


Il maggioritario per antonomasia – quello britannico – ha funzionato in maniera ritenuta accettabile da osservatori e studiosi fino a quando i due maggiori partiti hanno totalizzato gran parte dei voti espressi. Nell’immediato dopoguerra, giungevano intorno al 90%. La crisi è venuta quando il sistema politico non è stato più effettivamente bipolare. E si è giunti da ultimo alle esperienze di coalizioni necessarie, e persino precarie come quella in atto.

Esiste una interazione comunque ineliminabile tra sistema dei partiti e sistema elettorale. In una situazione multipolare l’incentivo maggioritario o non è sufficiente a garantire una maggioranza di seggi parlamentari e rimane dunque inutile, o raggiunge tale obiettivo negando la rappresentatività dell’assemblea elettiva e la sua aderenza rispetto al paese. Un esito politicamente e costituzionalmente inaccettabile. Inoltre, può paradossalmente produrre frammentazione, favorendo la nascita di mini-partiti, che pur con pochi voti siano determinanti per una coalizione nel vincere un collegio uninominale o conseguire un premio di maggioranza. È già successo con il Mattarellum e il Porcellum. In specie, quando il sistema politico è frammentato in una serie di potentati locali, legati alle dinamiche del territorio, si rafforza il “cacicchismo”.


Il Rosatellum bis prevede uno sbarramento al 3%, ma consente che i voti di liste tra l’1 e il 3% siano computati per la coalizione. Apparentemente strano: voti sì, seggi no. Ma con sindaci e governatori abbiamo già visto candidature assistite da un codazzo di liste, improbabili e palesemente destinate a non avere un consigliere. In tali casi, il corrispettivo è a parte, magari in qualche consiglio di amministrazione di società partecipata dopo il voto.


Ma chi si fida delle promesse? Ecco perché si collutta in Commissione sul se e come configurare la coalizione e consentire la distribuzione diretta di qualche seggio anche ai soggetti minori. Un obolo a cacicchi, capi e capetti. Può non interessare che questo vada a vantaggio o svantaggio di M5S, Pd, Fi, Mdp, Alfano, Pisapia o altri. Il punto è che favorisce l’ulteriore disfacimento del sistema politico, allontanando ancor più la ricostruzione di soggetti politici solidamente strutturati che oggi mancano. È qui il virus che corrode politica, istituzioni, governabilità.


È un virus che si combatte tornando al proporzionale con soglie di sbarramento ragionevoli ed effettive, alla necessaria ricerca di consensi reali, all’essere quel che dicono i voti ricevuti, in assemblee pienamente rappresentative e non popolate dalle anime morte dei nominati. Si vota, e la politica costruisce il dopo, in Parlamento.

L’Italicum, il Consultellum Camera, il Rosatellum nella versione originaria e nelle modifiche di cui si parla, sono in vario modo la medicina che uccide il malato.


*  Professore emerito di Diritto costituzionale nell'Università degli Studi di Napoli "Federico II"

 ( da il manifesto 6 ottobre 2017)




3 ottobre 2017

Spagna, il fallimento di due tigri di carta



di Norma Rangeri *

Sorprendentemente, i risultati diffusi dai promotori del referendum dicono che è andato a votare circa il 40 per cento dei cittadini catalani. Significa che il 60 per cento è rimasto a casa, non ha accettato la forzatura secessionista del governo di Puigdemont, non ha aderito a una battaglia elettorale che puzzava di propaganda. Oltretutto qualcuno sarà andato al seggio anche per reazione alla mano dura di Madrid e magari avrà anche votato no. Il dato politico del risultato è evidente: chi non è riuscito a convincere nemmeno la maggioranza dei catalani dovrebbe innanzitutto prenderne atto e prepararsi a dichiarare fallimento, anziché l’indipendenza. Naturalmente la repressione non ha favorito la partecipazione, le cariche della polizia ai seggi di un paese europeo, la violenza contro persone inermi sicuramente non depongono a favore di Rajoy. Di cui sarebbero sacrosante le dimissioni per aver portato il paese, lui ne è principalmente responsabile, a questo punto di rottura.

Dopo aver acceso la miccia e soffiato sul fuoco, adesso spegnere l’incendio è complicato. L’Europa ci prova e interviene a posteriori, auspicando il dialogo. Ma gli interlocutori sono Puigdemont e Rajoy, due tigri di carta che la lunga crisi ha incattivito, con i tagli al welfare toccati anche alla ricca Catalogna, alla base della volontà di separarsi non solo da Madrid ma anche dagli spagnoli – i lavoratori e le classi subalterne – più colpiti dalla crisi. Da questo punto di vista i referendum del Lombardo-Veneto sono molto somiglianti a quello apparecchiato da Puigdemont. Simili perché la richiesta di maggiore autonomia è un cuore che batte in sintonia con il Pil, del nordest come della Catalogna.

«Il Pil della Catalogna cresce il triplo rispetto al deficit. Non ci sono molte altre economie che possano mostrare risultati simili». Sono parole di Oriol Junqueras, leader di un partito di sinistra che rivendica con orgoglio la secessione. Viceversa, è proprio quella sinistra che si batte per l’uguaglianza a doversi interrogare sulla contraddizione di ritrovarsi dentro lo schieramento indipendentista. E a doversi chiedere perché i due maggiori sindacati non hanno aderito al proclamato sciopero generale. L’impressione è che sulla scena politica spagnola si siano affrontati, in una battaglia di potere, due leadership di destra ben mimetizzate dietro la maschera del conflitto tra unità del paese e secessione, bandiere usate per coprire con la retorica nazionalista, maggioranze traballanti, a Madrid come a Barcellona. Se la costituzione spagnola non funziona, se quel patto va cambiato, la democrazia costituzionale insegna come farlo. Pur nella diversità dei contesti, di natura storica e istituzionale, l’esperienza italiana insegna.

Anche in Italia c’era chi la costituzione la voleva cambiare e chi invece la difendeva. Siamo arrivati, faticosamente, dopo molto tempo, a un referendum che ha coinvolto l’intero paese. L’abbiamo fatto e l’abbiamo anche stravinto.
In fondo non è una lezione banale.

nella foto:  Puigdemont e Rajoy                    * da il manifesto, 3 ottobre 2017