8 settembre 2017

La privatizzazione degli incendi




Canadair ed elicotteri sono di sette aziende private, oggi indagate per aver fatto cartello e tenuto i prezzi alti. Ci sono molti buoni motivi perché i servizi pubblici essenziali siano gestiti direttamente dal settore pubblico, e soprattutto è falso, anche dal punto di vista teorico, che appaltandoli ai privati si risparmia

di Carlo Clericetti *

Non si finisce mai di imparare. Alzi la mano chi sapeva che aerei ed elicotteri antincendio non sono di proprietà dei pompieri o della Protezione civile, ma di sette aziende private alle quali viene appaltato il servizio, come spiega questo articolo.
Ebbè, obietterà subito qualcuno, che c’è di male? E’ uno dei modi in cui lo Stato può risparmiare, perché i privati sono più efficienti e quindi il servizio costerà meno. Obiezione che si basa su un assunto non dimostrato, non dimostrabile e anzi fallace dal punto di vista logico, e cioè: “i privati sono in grado di svolgere un servizio con costi minori di quelli dello Stato”.
Ora, perché mai questo dovrebbe accadere? Perché, si dice, i privati sono spinti dall’incentivo del profitto a ricercare la massima efficienza per ridurre i costi, mentre nel settore pubblico questo non avviene.  A parte che questa affermazione presuppone che l’incentivo possa essere costituito solo da un maggior guadagno, e già questo non è vero; quanto meno, sarà vero in molti e magari moltissimi casi, ma non è assolutamente generalizzabile. Quante persone hanno una scala di valori diversa? Anche tra i grandi manager e i tecnici al top delle istituzioni gli esempi non sono mai mancati e tuttora non mancano. Due o tre nomi, tanto per avere un’idea? Enrico Mattei (vedi qui l’ultimo paragrafo), Adriano Olivetti, Enrico Cuccia.

Ma c’è un altro errore logico in quel presupposto, e cioè il dare per scontato che il maggior profitto possa essere perseguito solo con l’aumento dell’efficienza. Proprio questa vicenda basta a falsificare una tale affermazione. Le sette società che posseggono i mezzi antincendio sono sotto indagine per “alterazioni dei costi pubblici”. Avrebbero cioè fatto comunella per spartirsi gli appalti senza farsi concorrenza, cioè accordandosi per tenere i prezzi alti. Ora forse sono stati beccati, ma a parte che non sappiamo da quanto tempo questo avvenga, non è detto che non possano impugnare l’eventuale condanna (saranno stati trovati riscontri oggettivi, come prove di riunioni prima delle gare e verbali scritti che dimostrino la collusione?); e non è detto che si possano trovare parametri oggettivi per capire se in seguito ci sarà una concorrenza vera.

Come ulteriore argomento si può aggiungere che la massima efficienza non corrisponde necessariamente alla massima efficacia. Il numero di incendi da spegnere non è prefissato: è sufficiente la flotta appaltata a coprire le punte? Di certo i privati non tengono aerei in sovrappiù rispetto alle stime di utilizzo, sono costi. Ma se gli incendi sono più delle stime? Il settore pubblico può anche decidere di sopportare costi aggiuntivi, valutandoli comunque adeguati rispetto al rischio di perdere ettari di vegetazioni e – magari – vite umane e animali. Il privato non può.

Ma torniamo all’efficienza. Se il suo perseguimento è questione di incentivi, perché mai non si possono individuare quelli adatti per il pubblico? Incentivi veri, commisurati a obiettivi individuati con precisione e misurabili, non come gli incentivi che già oggi esistono nelle amministrazioni e nelle aziende pubbliche, per lo più regalati a tutti quasi sempre senza alcun rapporto con i risultati e che spesso non sono collegati alla misurazione dell’impegno personale. E’ facile? No, ma non più difficile che ottenere la stessa efficienza dai privati.
Infine, una osservazione molto semplice che però “taglia la testa al toro”. I servizi pubblici essenziali sono definiti così perché non se ne può fare a meno. L’obiettivo dev’essere quello di fornirli al minor costo possibile per i cittadini, che li pagano, con le tasse o con le tariffe o con entrambe. Se li fornisce il settore pubblico la tariffa dovrà solo coprire i costi (compresi, certo, quelli necessari agli investimenti); se si affidano ai privati, ci sarà un sovra-costo che è il profitto del gestore. Semplice e inevitabile. Davvero i privati possono essere tanto più efficienti da costare di meno nonostante il sovrappiù per i loro guadagni? Certo si può sostenere qualsiasi tesi, ma non per questo si riesce ad essere credibili.

*  ( da blogging in the wind  pubblicato su Repubblica.it il 24 lug 2017)

2 settembre 2017

Harvey: dopo il Texas, un disastro climatico può arrivare anche in Italia?



di Ugo Bardi *

Passato il momento peggiore, a Houston si fa il conto dei danni. Si parla di circa 160 miliardi di dollari, senza contare i morti e i feriti, e ci si interroga sulle cause. Sul ruolo del cambiamento climatico, non sembra che ci siano dubbi. Non possiamo dire che l’uragano sia stato causato dal riscaldamento globale, ma il riscaldamento ne ha aumentato l’intensità. In tutta la storia degli Stati Uniti, non si ricorda un episodio di pioggia tanto intenso nella zona colpita da Harvey.
Ovviamente, c’è chi nega che Harvey abbia qualcosa a che vedere con il cambiamento climatico, e chi cerca di sviare il discorso dicendo, più o meno, “ora pensiamo ad aiutare le vittime, poi parleremo di cambiamento climatico.” Ma, questa volta, l’uragano ha stimolato un dibattito sul clima, cosa che altri disastri climatici non avevano fatto fino ad oggi. In effetti, negli Stati Uniti, i sondaggi indicano come la consapevolezza della minaccia climatica si stia facendo strada con forza nell’opinione pubblica, a parte uno “zoccolo duro” di Repubblicani che continuano a credere che tutta la storia sia un complotto per instaurare il comunismo a livello mondiale. E questa era la situazione qualche mese fa; dopo Harvey vedremo sicuramente rinforzarsi l’opinione che il cambiamento climatico è reale ed è un problema da affrontare.

Va anche detto che gli scienziati del clima fanno il loro mestiere, ma il problema con Harvey non è soltanto quello climatico. Ha a che vedere con le trasformazioni create dall’urbanizzazione. La città di Houston non ha fatto niente di diverso da quello che si fa in Italia un po’ dappertutto: tagliare alberi, fare sparire il verde, cementificare, costruire, intubare i corsi d’acqua, tutte queste cose. Così, di fronte al grande acquazzone che è stato Harvey, l’acqua si è accumulata creando il disastro. In Italia, stiamo disperatamente aspettando un po’ di pioggia dopo un’estate terribilmente siccitosa. Speriamo bene: non è che da noi arrivano i cicloni tropicali, ma quelle che chiamiamo a volte “bombe d’acqua” possono creare lo stesso tipo di disastri per via della cementificazione, impermeabilizzazione, eccetera.

In sostanza, come ha giustamente argomentato Richard Heinberg, il cambiamento climatico è soltanto uno dei sintomi del fatto che gli esseri umani non si rendono conto della loro dipendenza dall’ecosistema terrestre. Si parla di “servizi ecosistemici”; ma l’ecosistema non è un servizio, è quella cosa che ci permette di vivere. Se ignoriamo questo fatto e continuiamo a pensare che sia necessario bruciare, spianare, cementificare, e costruire, tutto in nome della crescita economica, finiremo per doverne pagare il prezzo. E lo stiamo già pagando.

* da ilfattoquotidiano.it , 31 agosto 2017