13 gennaio 2017

Stato della transizione a inizio 2017: bolla della CO2 più vicina che mai



La transizione energetica globale è sempre più veloce e probabilmente irreversibile. L’ostinazione di molte compagnie a investire in carburanti fossili aumenta il rischio di stranded asset, infrastrutture obsolete che non saranno in grado di ripagare il denaro speso

di Jeremy Leggett *

I paladini dell’industria fossile e i loro lobbisti si preparano a subentrare alla Casa Bianca, nominati da un presidente eletto da una minoranza, che pretende di rappresentare il popolo su base anti elitaria, pur possedendo la più grande ricchezza cumulativa di qualsiasi altro governo, e dovranno fronteggiare la rapida transizione energetica globale, che minaccia di abbandonare i combustibili fossili che loro invece tentano di promuovere.
“L’energia mondiale è a un punto di svolta” titolava Bloomberg il 16 dicembre. “L’energia solare, per la prima volta, sta diventando la forma più economica della nuova elettricità” si leggeva nell’articolo. L’analisi del costo medio dei nuovi impianti eolici e solari in 58 mercati emergenti - inclusi Cina, India e Brasile - era di 1,65 milioni di dollari/MW per il solare e 1,66 per l’eolico. Google guida le grandi aziende che con entusiasmo seguono questo flusso. Il maggiore acquirente di energia verde, infatti, ha annunciato il 6 dicembre che pensa di raggiungere l’obiettivo del 100% di potenza rinnovabile nel 2017. Google è un forte consumatore di energia: puntare sul fotovoltaico significa tagliare profondamente le emissioni di CO2, soprattutto quando l’infrastruttura solare è collegata con tutti gli apparecchi digitali per l’efficienza energetica dell’Internet of Things. Le riduzioni delle emissioni di Google saranno significative anche considerando l’intero ciclo di vita dei prodotti. I pannelli solari di oggi ripagano l’energia utilizzata per fabbricarli in poco meno di un anno, come ha riportato a dicembre un team belga di ricerca dell’Università di Louvain.
“Per ogni raddoppio della capacità fotovoltaica installata”, scrivono Atse Lowen e i suoi colleghi, “l’uso di energia diminuisce rispettivamente del 13 e 12% per i sistemi fotovoltaici policristallini e monocristallini, mentre l’impronta dei gas serra si riduce rispettivamente del 17 e 24%”. Questo significa che ora i pannelli solari restituiscono più energia del petrolio americano: una media di ritorno energetico sull’energia utilizzata di circa 14 (in crescita) contro circa 11 (in discesa). Questa è una buona notizia non solo per i ricchi californiani ma anche per il mondo in via di sviluppo, dove “lanterne solari e fotovoltaico su tetto stanno diventando l’energia di prima scelta” riportava Bloomberg. Il mercato complessivo delle nuove case indiane che accedono all’energia su piccola scala ha un potenziale di 200 GW, di cui solo una minima parte già servita. In Myanmar il governo non ha bisogno di altre persuasioni: ha già annunciato un piano per portare il solare a tutta la popolazione entro il 2030.

Anche i progressi tecnici nelle batterie e nei veicoli elettrici sono diventati più chiari a dicembre. Gli aspetti positivi delle auto elettriche fanno sinergia con gli elementi negativi dell’inquinamento atmosferico, creando una tempesta perfetta per il diesel. Al summit delle città C40, Parigi, Madrid, Atene e Città del Messico si sono tutte impegnate a bandire i veicoli a gasolio entro il 2025. In Cina, l’inquinamento atmosferico quest’anno ha fatto scattare l’allerta rossa in 24 città, con scuole chiuse e voli cancellati. Mezzo miliardo di persone è stato colpito da questa “airpocalypse”. A Chengdu, le persone sono scese in strada mettendo maschere antismog sulle statue nel centro cittadino. Non si può dire che la Cina non stia cercando di risolvere il problema alla radice. Ho riassunto il rapido avanzamento di Pechino nelle rinnovabili in precedenti rapporti mensili. Questo mese, una presentazione a Londra di Zhang Gang, consigliere del Consiglio di Stato cinese, rivelava che gli sforzi per utilizzare l’elettricità in modo più efficiente, riducendo il fabbisogno di carbone, hanno incluso 317 milioni di contatori intelligenti operativi nel 100% delle aree urbane e nel 70% delle zone rurali. Nessun altro paese può nemmeno avvicinarsi a un simile sviluppo di una rete intelligente. Il 12 dicembre, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha pubblicato un rapporto nel quale concludeva che gli impianti cinesi a carbone “non hanno più un senso economico”. L’India è in una situazione simile. Il 12 dicembre, l’Autorità centrale per l’energia elettrica ha dichiarato che il paese non ha bisogno di nuovi impianti a carbone fino al 2022. L’Autorità ha in programma di portare le rinnovabili diverse dall’idroelettrico a coprire il 43% dei consumi elettrici entro il 2027. Una simile ambizione sarebbe stata inconcepibile fino a poco tempo fa.

Come dovrebbero comportarsi gli investitori? La Raccomandazione della Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TFCD) intende spiegare a investitori e assicuratori come i rischi legati ai cambiamenti climatici potranno interessare i rispettivi business, con un piano d’azione per reagire a tali rischi. Il rapporto presenta i risultati delle discussioni di 32 rappresentanti di società con una capitalizzazione di mercato pari a 1.500 miliardi di dollari e istituti finanziari che gestiscono asset per complessivi 20.000 miliardi di dollari. L’idea è che i mercati dei capitali debbano adeguarsi agli intenti degli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici, ritirandosi progressivamente dai combustibili fossili e favorire gli investimenti in tecnologie pulite, non ultime le rinnovabili.
L’obiettivo dell’accordo di Parigi, sottoscritto da tutte le nazioni indipendenti del pianeta a dicembre 2015, è mantenere il surriscaldamento terrestre entro due gradi centigradi. Se la società intende fare questo, la maggior parte delle riserve di carburanti fossili dovrà rimanere sottoterra. Finché le compagnie energetiche penseranno che tutte le riserve abbiano un valore finanziario, ci sarà quel rischio - se davvero i governi faranno quello che hanno promesso a Parigi - che gli investitori chiamano stranded asset: avere denaro investito in una risorsa che poi non si è in grado di sfruttare. Investire altro denaro in questo stock di riserve potenzialmente inutilizzabile crea quella che potremmo definire una “bolla del carbonio”. Il rischio di stranded asset aumenta ogni volta che una compagnia decide d’investire in nuovi progetti fossili che non sono necessari: miniere di carbone, giacimenti di gas e petrolio, fracking, centrali termoelettriche e via dicendo. La Banca d’Inghilterra si è resa conto che questo tema possa rappresentare un rischio sistemico a settembre 2015.

Dopo aver ascoltato le riflessioni di Carbon Tracker, il think-tank finanziario che io presiedo, e di altri esperti finanziari preoccupati, ha iniziato a temere che l’abbandono degli asset dell’energia fossile rischierebbe di far sprecare molti capitali investiti, e potrebbe perfino minacciare la stabilità finanziaria globale. Il tentativo di bloccare questa minaccia ha presto assunto una scala internazionale. A dicembre 2015, il Financial Stability Board del G20 ha istituito la task-force con il compito di specificare le informazioni di cui gli investitori hanno bisogno per evitare il rischio degli stranded-asset; è guidata nientepopodimeno che da Michael Bloomberg. Appena il rapporto della task-force è stato pubblicato, più di trenta organizzazioni - tra cui Aviva, Axa, BHP Billiton, JPMorgan e Daimler - hanno dichiarato il loro supporto per le sue conclusioni. Molte altre compagnie sicuramente si aggiungeranno, perché il punto di partenza della roadmap proposta è che le organizzazioni dovrebbero includere i dati finanziari relativi al clima nei loro resoconti pubblici. Non farlo significherebbe ignorare dei rischi materiali per le stesse organizzazioni. Questa divulgazione dovrebbe comprendere gli elementi principali che riguardano il modo di operare delle società: governance, strategie, gestione del rischio, misurazioni e obiettivi. In particolare, evidenzia la Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TFCD), le aziende dovrebbero allineare i loro modelli di business con un futuro 2a due gradi centigradi". Le remunerazioni degli amministratori delegati e dei vertici dovrebbero essere commisurate al raggiungimento degli obiettivi per un mondo con un surriscaldamento globale inferiore ai due gradi.

Già prima che gli accordi di Parigi fossero adottati l’anno scorso, il rischio climatico era nelle prime posizioni dell’agenda dei principali investitori istituzionali e gestori di fondi. I consigli di amministrazione, nella maggior parte dei casi, si sono opposti alle richieste di sottoporre i modelli di business delle compagnie oil & gas a dei test per verificare la loro tenuta rispetto a un panorama climatico consistente con i due gradi centigradi. Tuttavia, tali richieste hanno incontrato un alto favore da parte degli azionisti. Ora non ci saranno più posti dove nascondersi. Il rapporto del TCFD include uno schema con le migliori pratiche e una roadmap per migliorare la divulgazione dei dati. Né le compagnie fossili né i gestori di fondi che investono in tali compagnie potranno ignorarli tanto facilmente. Alcuni investitori non hanno atteso i consigli della task-force del G20. Prima del summit di Parigi a dicembre 2015, fondi d’investimento per complessivi 3.400 miliardi di dollari avevano disinvestito da tutti o almeno da una parte dei rispettivi asset in combustibili fossili, o avevano annunciato la loro intenzione di farlo. Questo movimento è continuato a crescere nel 2016. Il 12 dicembre, il valore dei fondi disinvestiti ha passato 5.000 miliardi di dollari.

Quali danni potrebbe arrecare l’amministrazione Trump a questo scenario? Secondo un recente rapporto di PwC, l’impatto che potrebbe avere sulle emissioni globali di gas serra sarà “abbastanza piccolo”, se gli altri paesi manterranno la direzione intrapresa. Considerando le tendenze di cui ho dato conto ogni mese nel 2016, e considerando che la dichiarazione di Marrakech dello scorso novembre ha definito “irreversibile” il processo di Parigi, mantenere la direzione sembra un assunto molto più che ragionevole. Cercando di far deragliare Parigi e rivitalizzare il carbone, Trump dovrà in qualche modo reprimere gli Stati americani progressisti. Il suo problema è che 33 Stati e il Distretto di Columbia hanno tagliato le emissioni di CO2 mentre espandevano le loro economie dal 2000 in avanti, inclusi alcuni territori repubblicani. Come persuadere la burocrazia di quelle zone a tornare a un modello economico fallimentare, che cerca essenzialmente di recuperare la crescita economica e l’utilizzo di combustibili fossili? Quindici di questi Stati, tra cui California, New York, Virginia, Vermont e New Mexico, hanno già detto a Trump che se cercherà di eliminare i piani americani salva-clima, si rivedranno nelle aule di tribunale.

La Grande Energia come ha reagito davanti alla transizione energetica alla fine del 2016? Due appunti. Il settore delle utility continua a essere diviso tra le compagnie che cercano di difendere lo status quo in via di affondamento, e quelle che stanno correndo per diventare parte del nuovo mondo. Una delle ultime, Engie (ex GdF Suez) ha dichiarato che secondo le sue stime il prezzo del petrolio scenderà a 10 dollari, come risultato delle attuali tendenze nei mercati energetici e dell’ondata di investimenti in tecnologie pulite portata avanti da molte grandi compagnie. Sarebbe interessante, se dovesse succedere. Per esempio, il primo dicembre BP ha dato via libera a un investimento da nove miliardi di dollari per un giacimento petrolifero in acque profonde, battezzato Mad Dog 2, che dovrebbe entrare in funzione nel 2021. Buona fortuna a loro per recuperare l’investimento, se la visione di Engie diventerà realtà.

La mia conclusione, all’inizio del 2017, è che la transizione energetica globale stia andando più velocemente di quanto pensi la maggior parte della gente, ed è probabilmente irreversibile. Le possibilità che Trump faccia risorgere il carbone e faccia espandere l’industria oil & gas così come vorrebbe, sono molto basse. C’è una condizione, ovviamente: che lui non voglia ritrovarsi immischiato in una guerra mondiale. In quel caso, tutte le scommesse sarebbero spazzate via. Nel 2017, includerò questo tema più generale della sicurezza nei miei resoconti, oltre ai temi della cyber sicurezza, della robotica e dell’intelligenza artificiale.

(L'articolo è stato originariamente pubblicato sul blog di Legget, tradotto da Luca Re per QualEnergia.it e pubblicato sul nostro sito con il consenso dell'autore)

*   da  qualenergia.it     11 gennaio 2017

Il grande banchetto dell’energia elettrica. Un miliardo scaricato sulle bollette delle famiglie



Gennaio in Italia è  mese di “ondate di freddo siberiano”, saldi e aumenti tariffari. Tra i rincari scattati i 1° gennaio, oltre a quelli di autostrade (+5%) e gas (+4,9%), c’è anche quello dell’energia elettrica. Il ritocco all’insù è stato dello 0,9%, per una spesa elettrica annuale (al lordo delle tasse) per la famiglia-tipo nel periodo 1 aprile 2016-31 marzo 2017 pari a 498 euro. L’incremento, ha spiegato l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (Aeegsi), nel primo trimestre 2017, è determinato dall’atteso aumento dei costi di acquisto sul mercato italiano all’ingrosso, sempre più collegato con i mercati elettrici continentali sui quali si sono verificati forti rialzi; una crescita, aggiunge il Regolatore, compensata dal calo dei costi di “dispacciamento”, cioè da quei costi sostenuti dal Gestore della rete, Terna, per il mantenimento in equilibrio del sistema elettrico.

Dispacciamento

A dirla così, il normale essere umano capisce che spendiamo di più per colpa degli “stranieri”, ma che per fortuna risparmiamo grazie al mercato italiano. Ma sarebbe una lettura errata, visto che il mercato energetico del nostro Paese nel 2016 è stato oggetto di una delle più grandi speculazioni finanziarie mai registrate dai tempi della liberalizzazione ne del 1999. E proprio il Mercato del dispacciamento è stato il terreno di battaglia, dove tra aprile e giugno scorso oltre un centinaio tra produttori e trader di energia hanno realizzato guadagni  tra gli 850 milioni e il miliardo di euro (la cifra esatta ancora oggi nessuno è in grado di quantificarla), vale a dire una cifra nettamente superiore rispetto ai mesi precedenti.

Un banchetto noto soprattutto ai tecnici, ma che ha influito direttamente sulle bollette degli italiani.

Il mercato del giorno prima…

Semplificando molto, il mercato dell’energia funziona così: dato che l’energia elettrica non è immagazzinabile, il gestore di rete Terna deve essere sicura che alla domanda di energia del Paese, corrisponda in tempo reale l’approvvigionamento necessario, per evitare blackout.



L’energia viene comprata e venduta nella borsa energetica nel cosiddetto “Mercato del giorno prima”, dove si tenta di prevenire il fabbisogno  dell’indomani, gli operatori fanno le loro offerte e il prezzo finale si crea dall’incontro di domanda e offerta.

Stabilito il quanto costerà quel Kilowattora in quella determinata ora, tutti i pacchetti energetici vengono venduti e acquistati al prezzo di equilibrio. Su questo mercato – particolare importante – per legge si devono accettare prima le offerte economiche più basse provenienti dai produttori di energia rinnovabile, che godono di una corsia preferenziale, come in molti altri paesi europei.

… e quello di riparazione

Ma, la domanda/offerta prevista il giorno prima non può essere mai precisa al kilowattora richiesto o offerto effettivamente in tempo reale (anche perché le rinnovabili sono soggette alle bizze del tempo) e poiché si possono verificare inconvenienti o intasamenti di linea, esiste un secondo mercato, quello dei Servizi di Dispacciamento, che funziona come una sorta di mercato di “riparazione”, al quale Terna, unico acquirente, ricorre per aggiustare le proprie necessità immediate.

Compra dai produttori e trader se ha bisogno di immettere energia, o li paga per non produrre, quando ne ha troppa.

E qui, a differenza del Mercato del giorno prima, produttori e trader possono fissare il prezzo liberamente per tutta una serie di servizi necessari a Terna, forti del fatto che questi ultimi sono necessari per poter mantenere il sistema elettrico in equilibrio e garantire una qualità adeguata della fornitura (es. voltaggio).

Il venditore la fa da padrone

«Il mercato del dispacciamento è diventato sempre più importante. Infatti da un lato quello del Giorno prima è spesso dominato dalle rinnovabili che hanno costi variabili pari a zero e che sono intermittenti e incostanti e quindi hanno spesso bisogno di aggiustamenti successivi. Dall’altro le società che producono energia, non riuscendo a rimanere profittevoli nel mercato del giorno prima, cercano nuove fonti di guadagno nel mercato di dispacciamento, visto che lì con Terna, in alcuni periodi, hanno il coltello dalla parte del manico», spiega Matteo Di Castelnuovo, Direttore del Master in Green Management, Energy and Corporate Social Responsibility (MaGER) all’UniversitàBocconi. Insomma, sul mercato di “riparazione” il venditore la fa da padrone.

Da 40 a 600 euro al Megawattora

E proprio sul mercato del dispacciamento, tra aprile e giugno del 2016 si sono registrati picchi anomali di costi, con prezzi medi di 70 euro/MWh, contro i 40 euro/MWh del Mercato del giorno prima. Ma le punte massime di speculazione hanno toccato anche i 600 Euro/MWh! Solo ad aprile, per capirci, i maggiori costi del dispacciamento hanno superato i 300 milioni.

Come ciò sia stato possibile è facilmente spiegabile: la gran parte dei produttori e dei trader hanno modificato le loro strategie nel Mercato del giorno prima, in modo da potenziare il loro potere di mercato (e la loro redditività) su quello secondario. Inoltre, hanno individuato, i momenti nei quali, statisticamente, il Mercato di “riserva” registrava i suoi picchi. E ne hanno approfittato. Parliamo di decine di operatori, grandi e piccoli, che si sono seduti a un banchetto durato almeno tre mesi e hanno mangiato per oltre un miliardo!

Tutti costi scaricati sulle bollette degli utenti finali. Cioè, noi consumatori. Non solo: se l’energia costa di più, anche le aziende subiscono un danno e quindi, a loro volta, scaricano i costi sui prezzi dei prodotti, con il risultato che il consumatore ci ha rimesso due volte. Capito il giro?

Diligenza? Verso gli azionisti non verso i consumatori

Il conto salatissimo del banchetto non è sfuggito all’Aeegsi, la quale a giugno scorso è intervenuta imponendo agli operatori di interrompere ogni pratica “riconducibile a strategie anomale di programmazione e di offerta ”; ha avviato “procedimenti per l’adozione di provvedimenti prescrittivi e/o di regolazione asimmetrica” a tappeto per tutti i player accusati di non essersi attenuti ai “principi di diligenza, prudenza, perizia e previdenza”, previsti dalla propria normativa; ha minacciato di richiedere indietro i guadagni ottenuti. Infine, ha anche promesso che “sarà garantito in modo automatico il rimborso in bolletta degli importi che verranno recuperati con l’attività di indagine”. Una fortissima presa di posizione che ha immediatamente portato tutti gli attori a interrompere le pratiche speculative, determinando così quel calo dei costi di “dispacciamento” cui ha fatto cenno il Garante annunciando l’aumento delle tariffe.

Ma gli utenti farebbero bene ad aspettare a stappare lo champagne, perché quei soldi difficilmente torneranno nelle loro tasche. Come spiega un trader, infatti, gli operatori non ritengono di aver fatto nulla di illegale: “Io, come moltissimi miei concorrenti, ho solo approfittato di un buco nel sistema normativo elaborato dalla stessa Authority. La “diligenza” auspicata, nel mio caso, va verso i miei azionisti, non verso il pubblico. E ora, il Garante vuole chiedermi indietro i soldi e per di più in modo retroattivo? Ma siamo pazzi?”.

Un discorso difficilmente attaccabile, tanto che a fine dicembre sono già arrivate le prime archiviazioni da parte del Garante. Inoltre è sicuro che tutti gli operatori ancora sotto indagine – i cui nomi  il Garante non ha reso noti –, se verranno condannati, faranno ricorso al Tar e, eventualmente, al Consiglio di Stato. Quindi, ben che vada, potremo rivedere quei soldi nelle nostre bollette tra 10 anni!

In realtà, due dei “commensali”, sono noti, Enel e Sorgenia, ma solo perché i due big sono finiti sotto indagine anche dell’Autorità per la Concorrenza che a ottobre scorso ha aperto nei loro confronti un procedimento per abuso di posizione dominante. Per questi, il termine del procedimento è fissato al 30 maggio 2017.